Alla scoperta dell’acquedotto greco-romano di Napoli

 

 

Negli ultimi anni sono venuti alla luce chilometri di tunnel nel sottosuolo di Napoli, i quali ben descrivono il passare di varie popolazioni e il loro bisogno di approvvigionamento idrico.

Le prime modifiche del sottosuolo napoletano risalgono al 470 a.c. ad opera dei Greci sbarcati nell’ Italia meridionale, che verrà per questo chiamata Magna Grecia. Le prime escavazioni avevano l’obiettivo di recuperare materiale da costruzione e creare cisterne idriche per la raccolta dell’acqua piovana. Questo primitivo acquedotto, chiamato Bolla, trovava la sua origine in uan pianura a circa 5 km da napoli, dove soleva scorrere il fiume Sebeto. Non è accertato, ma molti storici concordano sul fatto che queste cisterne idriche attingevano dal fiume, ormai scomparso probabilemnte a causa delle numerose euzioni del Vesuvio.

Nei secoli successivi queste cisterne e i relativi tunnel furono ampliati e migliorati dai romani che ne fecero l’acquedotto cittadino. I lavori di ampliamento iniziarono infatti già in epoca augustea, intorno al 10 dC, quando il problema dell’approvigionamento idrico nella città partenopea e nelle zone limitrofe era diventato insostenibile. L’acquedotto romano tpartiva dunque da una sorgente presso il  monte Terminio, si snodava per 96 km di lunghezza per terminare a Miseno, approvigionando così ben 8 città e svariate villae. La maggior parte dell’acquedotto non correva sottoterra ma si sviluppava all’aperto, attraverso grandi arcate in laterizio, le cui tracce sono facilmente rintracciabili nellla zona Ponti Rossi a Napoli.  Una struttura così imponente necessitava ovviamente di numerosi interventi di manutenzione: sono infatti riconducibili all’epoca della dinastia flavia (1 secolo dC) tratti paralleli dell’acquedotto, in sostituzione a quelli più dismessi.

Con l’avvento degli Angioini, Napoli conobbe un poderoso sviluppo urbanistico a cui dovette affiancarsi un importante ampliamento anche del sistema idrico e fognario. L’espansione cittadina fu così vertiginosa e incontrollata che alcuni editti, con l’intento di rallentarne la crescita, proibirono di portare materiale da costruzione all’interno della città. Si iniziò così a estrarre tufo al di sotto dei palazzi, creando cisterne e tunnel ancora più profondi che sempre più rassomigliavano a gallerie dallo stile romanico. Così imponenti che durante il secondo conflitto mondiale vennero usate come rifugio antiaereo.

Figura peculiare di questo periodo storico è il munaciello, possiamo dire un antesignano del nostro idraulico. Il munaciello era infatti colui che si calava nelle cisterne, con una lunga tunica per proteggersi dall’umidità e una lampada a olio, e puliva l’acqua dai residui, controllava che i condotti fossero stabili e che il livello idrico non destasse preoccupazione. Il munaciello era richiesto dalle famiglie più nobili, le quali spesso avevano una cisterna personale. Spesso questo caratteristico lavoratore non veniva pagato dall’aristocrazia napoletana e, così, aveva un modo tutto particolare di portare il pane a casa (sperando che i nostri idraulici non ne prendano spunto!). Sfruttando i condotti e i pozzi che ben conosceva, si intrufolava, di notte, nelle dimore dei nobili e rubava ciò di cui aveva bisogno.  Il munaciello diventa così leggenda e folclore napoletano e impersona lo spiritello che ci fa scomparire le cose dalle tasche o dai comodini (quando non troviamo le chiavi o gli occhiali è sempre il munaciello!), ma se ci comportiamo bene, magari, ci fa trovare qualche spicciolo in più nella tasca.

Questa figura tradizionale scompare e lascia il posto al moderno idraulico nel 1855, quando in seguito a un’epidemia di colera, tutte le cisterne vengono chiuse. Il vecchio metodo di acquedotto infatti era particolarmente sensibile a inquinamento e permetteva una rapida diffusione di malattie infettive. Il vecchio sistema idrico viene rimpiazzato dall’odierno acquedotto: non più tunnel e cisterne ma tubature che sfruttavano la pressione per arrivare nelle case, anche in quelle in collina.

Oggi dell’acquedotto romano rimangono solo alcuni dei tratti originari che, fortunatamente per noi, sono aperti al pubblico e che ogni anno ricevono migliaia di visite da tutto il mondo.

 

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